Jeroboam Gravel Challenge 2017: ‘Ovvero come scoprire che “Il tanto poi spiana” sta alle salite come il “Tanto poi si apre” nelle giornate di pioggia’

Guendalina è Sales Manager di 3T Cycling, che quest’anno ha organizzato la prima edizione di Jeroboam Gravel Challenge, una gara ciclistica gravel che attraversa i meravigliosi vigneti della Franciacorta, costeggia il lago d’Iseo e si estende verso fantastiche montagne. Tre percorsi: la Jeroboam 300 km, la Magnum 150 km e la Standard di 75km. Per la prima volta con un pettorale addosso in una gara di questo tipo, Guendalina ha scelto il percorso intermedio e ci ha raccontato con grande ironia il suo eccezionale viaggio in sella ad Exploro, il performante telaio gravel by 3T.

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Parto dal presupposto che non so andare in bicicletta. Certo, su una strada asfaltata pedalo e mi arrangio, ma le discese, le riprese e qualsiasi cosa di leggermente tecnico mi mette in difficoltà. Ah giusto, dimenticavo, le salite, mi stanno leggermente indigeste anche quelle. Insomma sono esattamente il profilo di atleta che non ha alcuna affinità con le Gravel Challenge, queste appassionanti gare dedicate alle specialissime bike ibride, che tengono i cilclisti in sella per ore su tracciati molto tecnici, ma certamente altrettanto affascinanti.

Nonostante le premesse, come commerciale 3T Cycling, azienda patron dell’evento, non potevo non prendere parte alla nuova Jeroboam Gravel Challenge organizzata in Franciacorta.

Quindi non mi prendo neppure il tempo di pensarci, registro il mio nome in starting list nella prova da 150 km e preparo tutte le mie cose per questa incredibile sfida.

La sveglia alle 4 è il primo indizio: se non soffri un po’ anche pre partenza che gusto c'è? Due panini cotto e formaggio rubati alle colazioni dell'hotel e via verso Erbiusco. La strada incrocia l'ingresso del Number One, discoteca famosa in zona; centinaia di ragazzini mangiano salamelle unte dopo aver ballato tutta la notte. Pensare che fino a un paio di anni fa ero una di loro; ora invece mi sto preparando ad un’impresa mica da ridere.

Alla partenza è decisamente fresco; coperta dalla testa ai piedi non penso ai 25 gradi previsti nel pomeriggio e non mi metto la crema solare.

Timbro nel roadbook, foto e via, si parte.

Nei 100 mt sul tappetino della starting line il mio disco anteriore inizia a cigolare. Considerando che devo fare 150km non è una grande premessa, ma decido di fare lo struzzo e ignorare il problema.

Passerà, spero.

Il gruppo è composto da me, Carlo, l'altro sales manager 3T, Christian, agente per la Germania, Drew e Jonas di Bike Components, Kim, membro dell' XPDTN3 e medaglia alle Paraolimpiadi. Siamo in 6 con 3 GPS – ‘della serie’ tanto non ci separiamo-. Ultime parole famose. Io nel dubbio ho barrette e gel sufficienti per un weekend. In caso mi perdessi nelle pericolossissime montagne della Franciacorta ho buone chance di sopravvivere. Potrei sfamare anche un gruppo di orsi.

Dopo 3 Km il rumore del mio disco anteriore somiglia a quello delle unghie che grattano su una lavagna. Avendo capacità meccaniche pari a zero, l'unica è tornare indietro e farmelo sistemare dal meccanico 3T, ma vorrebbe dire perdere il gruppo e farmi il giro da sola, o non farlo affatto. Guardo implorante uno dei miei compagni di viaggio, che con qualche manovra fa migliorare la situazione.

Verso le 8 inizia a far caldo. All'attacco della prima salita, perdiamo un membro del team. Dopo una quarantina di minuti di ascesa mi accosta un signore con la MTB che sta andando in cima a prendere il sole. Alla mia domanda, "Ma quanto manca alla cima?" mi da una risposta che mi scoraggia non poco: "Di questo passo tra un ora sei su." Un’ora? ancora un’ora? Ma questa è tortura!

Arrivati in cima, senza nemmeno chiedere ai miei compagni di avventura, decido di fare una sosta caffè, brioche, bagno, borraccia e selfie; così giusto per riprende fiato. Docilmente mi aspettano tutti. Basta una curva secca e mi trovo davanti un altro muro. Un tratto a pendenza illegale. Nemmeno una capra ce l'avrebbe fatta. Come volevasi dimostrare. La ruota posteriore perde grip e io, con le scarpe agganciate ai pedali, cado sul fianco. Mi dimeno come una tartruga finita di schiena sul guscio e cerco di alzarmi. Guardo il tratto di strada che ancora mi manca e decido che forse è meglio spingere la bici a mano fino alla cima. Inutile provare a ripartire, troppo ripido.

Quando scollino rimango senza fiato. La vista è veramente spettacolare. Per mezz'ora pedaliamo su mulattiere, circondati solo dall’azzurro del cielo e a pochi metri dal blu del lago Iseo. Ci siamo solo noi e un piacevole silenzio. Incrociamo un giornalista che è caduto e ha rotto il forcellino del cambio; pit stop per assistenza tecnica, due barrette, quattro battute e via, si scende verso il lago. Il primo tratto su strada è divertente, la seconda parte mi mette in difficoltà. Salgo e scendo dalla bici come uno yoyo per gran parte della strada; le pendenze mi spaventano. Mi sorprendo a pensare: ‘Magari il mio disco si fosse rotto! almeno non sarei qui’.

Ad un certo punto della discesa guardo l'orologio e il mio cuore è in zona 4.9 e sto andando a 3 km/hr. Incredibile, riesco ad andare ancora più piano in discesa che in salita. Quando arrivo ad una piazzola trovo gli altri che mi stanno aspettando. Kim dice "Devi lasciar andare i freni quando spiana in modo che i dischi abbiano un attimo di tregua". Mi resta un po’ di perplessità: dov’è che hai visto che spianava Kim? Io ricordo solo che ad un certo punto ero talmente inclinata verso il basso che pensavo di cappottarmi in avanti.

I dischi della mia gravel bike sono a 100 gradi, potrei scaldarci l’acqua per il the. Ma non è finita, c’è ancora discesa, ancora mulattiera, ancora cardiopalma. Incredibile non vedo l’ora di tornare a fare un po’ di salita.

Nel frattempo ci avviciniamo ad un gruppetto che ci precede. Facciamo una decina di chilometri di ciclabile verso Iseo. Il bello di una gravel come la Exploro che sto usando io, è che va alla grande sia su strada che su sterrato. Per un po’ pedalo e basta cercando di non staccarmi dalla ruota di quello davanti a me; ci sono delle raffiche di vento che par d'essere a Lanzarote.

Dopo mezz'ora finisce l'idillio, si svolta verso sinistra e si rincomincia a salire. Della seconda salita l’unica cosa che mi ricordo è la piacevole sensazione di essere all’ombra della vegetazione boschiva e il rifornimento con pane e prosciutto in cima. Un’ora e mezza con il cervello in modalità ‘survivor’ a non pensare ad altro che a far girare i piedi a velocità costante e sufficientemente frequente per non cadere. Trangugio 4 panini mentre Mauro ci comunica che la salita non è finita. Ormai le gambe vanno avanti per inerzia. Costeggiamo, gravelizziamo, pedaliamo, ridiamo e scherziamo. Si manifestano i primi acciacchi e segni di sfinimento, ma tanto a casa ormai non si torna, quindi si pedala senza neppure pensare a quello che ci aspetta.

L'attacco della terza (ed ultima salita) si annuncia con due ragazzi fermi che ridono. Guardo la strada che sale ripidissima e dentro di me rido. In questi caso meglio ridere che piangere. Ringrazio il cielo di aver chiesto a Fabrizio di cambiarmi la corona dal 42 al 38 venerdì. Se no sarei nelle stesse condizioni di Christian che con su il 44 scende a spingere dopo il primo metro. Lo farei anche io ma giungo alla conclusione che a piedi ci metterei sicuramente di più. Meglio pedalare piano ma stare in sella. Anche perchè a spingere con le tacchette si fa una fatica disumana. A un certo punto vedo persone ferme e un cartello con la scritta rifornimento. Penso tra me e me “Evvai! Salita finita, si mangia”! Ovviamente mi sbaglio. Mi confermano che "Il peggio deve ancora venire." E realizzo che per toccare il fondo c’è sempre spazio per scendere.

Ci portiamo all’attacco della salita. E la pendenza è tale che quasi non riesco a fare la partenza in curva. I miei compagni intuiscono il mio sconforto e uno di loro: "Si il tracciato va su, ma tanto poi spiana”. Ho scoperto che “Il tanto poi spiana” sta alle salite come il “Tanto poi si apre” nelle giornate di pioggia.

Penso che se avessi guardato il tracciato prima, forse mi sarei limitata alla 75km. Ma alla fine lo so. Non è vero. Mi piacciono queste cose un po’ folli che ti mettono alla prova e ti costringono a spingere i tuoi limiti un pochino più in la. Poi andare in bicicletta è estremamente terapeutico, sei solo tu e due ruote, riesci a pensare (quando non stai cercando di sopravvivere). Io faccio sempre dei grandi ragionamenti mentre sono in bici. Poi quando rimetto i piedi a terra mi dimentico tutto; ma questi sono poi solo dettagli.

Carlo è accanto a me, pedaliamo così piano che Christian, che per i crampi sta spingendo la bici a mano, va quasi più veloce. 300 metri di muro nel bosco ci costringono a scendere dalla sella e portare la bici a mano, ma è l’ultimo sforzo prima della cima.  

Siamo così stanchi che quasi non c’è tempo per la soddisfazione. Riparte la discesa e stavolta quello che più m spaventa è la miriade di persone in gita domenicale che passeggiano con i cani e i bambini e un sorriso stampato fisso in volto. La paura di fare qualche danno mi rende rigida come uno stoccafisso; il mio cervello va in alert, le mani ormai non le sento più da quanto ho frenato e il circolo vizioso peggiora. Vorrei il teletrasporto, vorrei ancora salita, vorrei non dover essere qui. Ma si va avanti. Piano. Anzi pianissimo.

L'utimo tratto di strada rimango sola e senza navigatore. Il mio senso dell'orientamento non è dei migliori, ma ne ho passate così tante che questo non potrà essere il problema definitivo. Quindi parto, tranquilla e rilassata con l’idea di metterci almeno un’ora abbondante per tornare a Erbusco. Alla prima fontanella, già assalita dai dubbi sul "Dove devo andare?" incrocio un altro concorrente munito di GPS funzionante e mi attacco a lui.

L'oretta che manca diventa molto di più per vari motivi; riusciamo a perderci in mezzo alle vigne, sbagliare strada ripetute volte, fare sosta rifornimento di dieci minuti per riempirci le guance di crostata, maledire le tacchette sullo sterrato perchè dalla stanchezza il cervello non connette, cadere e finire in un cespuglio di spine per evitare un cavallo. Poca roba.

Sono stanca e stufa, stufa e stanca. Voglio del cibo che non sembri predigerito e una birra.

Alle 18.15 il miracolo. Finalmente, sento voci strimpellati da un microfono e in un attimo mi ritrovo sotto lo striscione del traguardo.

Non ci credo.

Sono arrivata, in fondo, a 150km, con 4100m di dislivello, discese gravel e 13 ore in sella.

E chi l’avrebbe detto! Fortuna che ho la testa dura e le chiappe ancor di più.

Penso ‘Ci vediamo l'anno prossimo’…e subito aggiungo ‘ forse’.

Nel frattempo vado a farmi un corso di mountain bike e a bermi la mia bottiglia di Barone Pizzini nell'angolino sul prato.

Un’altra battaglia portata a casa; un altro bel ricordo da aggiungere alla lista. 

Guendalina Dal Pozzo D’Annone

Si avvicina al mondo del triathlon 3 anni fa. Ironman finisher. Da quando lavora in 3T come Sales Manager si appassiona sempre di più alla frazione bici. Suo sogno di fare la Transcontinental nel 2018.

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